Stagione 2004/2005

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Descrizione

In un tempio buddista, che fluttua in una valle inondata, un maestro osserva il suo giovane allievo mentre si relaziona con il mondo esterno. Quando il piccolo si diverte a torturare un pesce, una rana e un serpente, il maestro lo ammonisce, avvertendolo sulle conseguenze del dolore inflitto agli animali. Superata la trasgressione necessaria di film come Crocodile, L'isola o Bad Guy, Kim Ki-duk rielabora i temi della sua poetica in una forma più tradizionale in senso assoluto ma nuova per il suo cinema. Una lectio moralis in cui i simbolismi semplici e la cura amorevole per la fotografia e gli scenari naturali avvicinano il regista alla consuetudine di ciò che il pubblico occidentale si attende dal cinema d'autore dell'Estremo Oriente. Ma è solo apparenza. L'ambientazione che sembra più accogliente - una valle inondata, con un tempio fluttuante e una perenne aura di misticismo - rispetto ai consueti paesaggi suburbani, carichi di disagio, introduce a una storia non meno crudele e intensa di quelle a cui Kim ha abituato il suo pubblico (e in fondo si tratta del medesimo scenario che caratterizzava L'Isola, con l'acqua ancora una volta elemento fondamentale di isolamento e alterazione temporale). In cui ancora una volta sono i dettagli a rivelare più del quadro di insieme. Un monaco-santo - il soprannaturale, o l'inesplicabile, che accompagna i suoi spostamenti e i suoi gesti non è mai sottolineato, è solo assunto come tale - fa da raccordo tra i segmenti narrativi dell'opera che corrispondono ad altrettante fasi della crescita, caduta e ascesa di un uomo, prigioniero di barriere interiori e di pulsioni e istinti che fatalmente lo allontanano dal cammino della saggezza. Un percorso che è forse impossibile da affrontare senza errare, senza che i più miserabili degli atti insegnino a riconoscere il vero e il giusto nella natura delle cose. Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera è apologo morale e insieme non lo è, perché sfugge a una spiegazione chiara e si apre a molteplici e finanche discordanti interpretazioni sul senso dell'esistenza. Perché la verità non è qualcosa che si possa spiegare e la sua testimonianza non è fatta per rimanere, come un sutra che evapora appena dopo essere stato impresso; la riflessione sulla scrittura come liberazione dalle paure e dai demoni interiori è centrale nel percorso di crescita e redenzione, ma nulla è eseguito per essere esibito, perché qualcuno lo apprenda, è solo eseguito in quanto inevitabile, per un dovere che è innanzitutto intimo, rivolto a se stesso. Per Kim Ki-duk non esistono feti astrali che nascano con una nuova consapevolezza, non esiste evoluzione né alterazione di ciò che è: se il tapiro abbattuto di Kubrick significa un avanzamento, il serpente ucciso dal gioco crudele di un bambino curioso significa reiterazione infinita del ciclo della vita. Un pessimismo di fondo, tipico di Kim, che rimane comunque solo una delle possibili interpretazioni di un'opera capace di ispirare visioni infinite e altrettante letture, sempre nuove, in ogni occasione.

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Descrizione

Due bimbi, fratello e sorella, vagano per le strade di Kabul. Prima di rientrare la notte nella prigione che 'ospita' la madre, salvano un cane randagio da una morte sicura. Una sera, però, il regolamento è cambiato e i due ragazzini non hanno più accesso al carcere. L'unica possibilità per entrarvi, è quella di commettere un furto. Secondo lungometraggio della regista iraniana, Marziyeh Meshkini,della premiata Makhmalbaf Factory, 'Piccoli ladri' testimonia, ancora una volta, la tremenda e disumana situazione in cui versa la popolazione afghana. Un film indubbiamente lodevole, non privo di momenti di suggestione visiva, nonchè di una buona capacità nel dirigere i giovani protagonisti, che conferma il talento della regista. Già il suo esordio, 'The day I became a woman', presentato alcuni anni fa a Venezia, nell'ambito della Settimana della critica, si era rivelato una bella sorpresa; nella sua 'semplicità'narrativa, rimandava a certo cinema iraniano degli anni novanta. Erano del tutto assenti, infatti, certi manierismi e compiacimenti presenti, invece, in alcune opere di recente produzione: manierismi, che compaiono, ahimè, anche in 'Piccoli ladri'. Ci riferiamo, in particolare, al fin troppo facile rimando a 'Ladri di biciclette',che in questo contesto ci sembra un po' fuori luogo.

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Descrizione

Chi scrive, nel tentatitivo forse inutile di evitare grossolane stilizzazioni, vorrebbe astenersi dall'emettere un qualsiasi giudizio etico sul film di Amenabar in concorso a Venezia 2004. Premessa fondamentale perché Mar adentro passa su un tema troppo delicato e fragile per essere qui discusso: l'eutanasia, ciò cui Ramón, il protagonista del film, ambisce da 28 lunghi anni, da quel giorno maledetto in cui un tuffo mal calcolato lo ha reso tetraplegico, costretto per sempre dentro quattro mura, su una letto, tagliato fuori della sua stessa vita. Il ritorno in Spagna di Amenabar è un'opera meravigliosa dall'inizio alla fine, che si pregia di una grande prova d'attore di Javier Bardem, tra i migliori in circolazione oggi. In Mar adentro l'uomo/la storia si racconta da sé, attraverso i profumi, i colori e i suoni della vita che materializza con efficacia sublime. Amenabar scansa verbosità e moralismi sempre abusati dai film che trattano di handicap, e ci regala un gioiello che sa parlare al cuore e alla testa, capace di infondere nuova speranza che il cinema possa tornare a narrare l'uomo con toni epici. È proprio questa la banale, sconcertante, sconvolgente novità di Mar adentro: che il suo protagonista non è un tetraplegico, un "più debole", un freak. No, Ramón Samperdo è un uomo. E scusate se è poco. Mare dentro non deludele aspettative che un titolo così evocativo genera: un film magnifico, che parla di uomini, del loro rapporto con il mondo e la natura, di Dio e della morte, e ne fa uno spettacolo grandioso. Proprio quello che è la vita. Proprio quello che è il cinema.

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Descrizione

Francia occupata da Nazisti. Varia umanità in fuga da Parigi verso un rifugio più accogliente. Rappeneau, anziano e poco prolifico regista, ci regala un film 'alla francese', con charme, intrighi, un cast tutto stelle, qualche stilettata politica sul mai sopito problema del collaborazionismo del governo di Vichy e, soprattutto, un divertissement sul cinema e sulla sua capacità di 'mettere in scena'. Godetevi il finale, con tutta una serie di ammiccamenti al fascino del grande schermo. Sembra quasi un saggio di estetica e di sociologia in sintesi. Senza noiose note a piè di pagina.

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Descrizione

Rosa Maria, una professoressa di Storia, si imbarca con la figlia quasi adolescente, per una crociera, destinazione Bombay dove si incontrerà con il marito per andare di nuovo in vacanza tutti insieme. Il viaggio presenta varie tappe: da Pompei a Instambul, dalla Grecia al Cairo. Durante il tragitto la madre racconta alla figlia le leggende del Mediterraneo, ripercorrendo la Storia della cultura Occidentale. Il viaggio porta all'incontro con vari personaggi, (tre donne affermate e famose e il comandante della nave,per esempio) con cui la professoressa intrattiene conversazioni vivaci ed interessanti sull'Arte, sul Passato, sul Presente... Tutti i personaggi del film espongono una visione critica della civiltà occidentale, civiltà rappresentata da ognuno dei linguaggi parlati dagli attori. Ecco perchè si tratta di un "film parlato". Ci si interroga sui valori che, nel corso dei secoli, sono stati mantenuti e quelli che sono andati perduti; sull'importanza di mantenere viva la memoria storica; sulla possibilità di una comunicazione interculturale costruttiva. Si sente la mano di De Oliveira in quest'opera rigorosa: dialoghi intensi, assenza totale di commento musicale, regia priva di visrtuosismi. Un rigore necessario per dichiarare la fine di un'era, con la tristezza di chi si rende conto di aver perso una grande richezza.

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Descrizione

Vincitore della Semaine de la Critique a Cannes -edizione 2003 - questo è un film da citare come esempio per come un tema triste e duro, quale la perdita di un proprio caro, possa essere trattato in maniera lieve ed originale. Protagonista della vicenda una madre georgiana ulraottantenne (Esther Gorintin di cui va ricordata l'interpretazione in "Voyages" di Emmanuel Finkiel film ingiustamente ignorato dalla distribuzione italiana) la quale non vive che in attesa di sentire il proprio figlio, Otar, emigrato a Parigi. Alla figlia, invece, con cui la donna convive, non resta che sopravvivere in uno scenario post-comunista a cui è difficile abituarsi. Una cattiva notizia indurrà entrambe le donne, seppure in tempi e con modalità differenti, a mentire vicendevolmente.Un finale a sorpresa, denso di lirismo, chiude questo piccolo gioiello firmato da una regista che esordisce nel lungometraggio.

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Descrizione

Le stagioni della vita attraverso quattro episodi, ognuno scandito dal succedersi del tempo: nella primavera, quattro bambini scoprono per la prima volta il mare; nell'estate, un giovane pastore scopre le gioie del sesso con una turista francese; nell'autunno, una suora torna al paese per il matrimonio della sorella, e scopre il dolore delle scelte; nell'inverno un vecchio fisarmonicista canta per l'ultima volta e poi muore. Girato quasi tutto in dialetto sardo, il film di Salvatore Mereu (vincitore della Settimana della Critica alla recente Mostra del Cinema di Venezia) è una veduta su miserie e trionfi della vita, a volte sofferto, a tratti divertente. Con l'ausilio di quattro direttori della fotografia (tra cui il prestigioso Renato Berta) e la comunanza di attori non professionisti ed attori di fama (su tutti, Caroline Ducey, già vista in "Romance" della Breillat, e Yael Abecassis, attrice feticcio di Amos Gitai), Mereu costruisce un'opera che, seppure ancora acerba ed evidentemente debitrice nei confronti dei suoi "maestri" (si veda il finale posticcio, dichiaratamente felliniano), è in ogni caso una boccata d'aria fresca ed una prova di coraggio e originalità.

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Descrizione

Con Anghelopoulos non ci sono vie di mezzo: o lo si ama o lo si detesta. Il suo uso tanto raffinato quanto esasperato del piano sequenza. La sua attenzione maniacale alla composizione dell`inquadratura. I suoi tempi dilatati vanno sicuramente controcorrente rispetto al cinema di consumo. Ma conserva indubbiamente un suo fascino visivo, al di là delle scelte ideologiche che hanno sempre innervato il suo fare cinema. Questo primo film di una trilogia che vede l'Italia come coproduttore intende raccontare la storia della Grecia dall'emigrazione dalla Russia bolscevica sino alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Lo fa, come si diceva, con grande rigore formale tanto che talvolta la storia dei due protagonisti di cui si raccontano le vicende sembra non contare.

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Descrizione

Nell'America del post-comunismo, Hamo è un sessantenne vedovo ma piacente. Ha tre figli che manda avanti con una pensione militare insignificante. Il lavoro non lo cerca nemmeno perché tanto in Armenia non c'è. Non c'è nulla in Armenia. Ma di colpo arriva Nina, nella vita di Hamo, vedova e carina come lui, conosciuta - guarda un po' - proprio al cimitero in visita ai rispettivi defunti coniugi... Un film denso di poesia e lieve come una piuma quello di Hiner Saleem. Capace di inserirsi nel filone della nuova cinematografia dell'est Europa con una visione originale. Tragedia e commedia si fondono e confondono senza mai dimenticare la tenerezza dello sguardo. Leone d'oro (meritato) a Venezia.

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Descrizione

Bobby Morrow è un bambino che ha un fratello meraviglioso, Carlton, che gli insegna a sorridere alla vita. Carlton muore tragicamente, e dopo di lui tutti i familiari di Bobby, che pur se solo, non perde la gioia di vivere. Viene accolto nella famiglia del suo miglior amico, Jonathan, che diventa rapidamente la sua. È impossibile non amare Bobby, così naive e pronto a dare amore a chiunque gli stia accanto,. Il tempo passa, i ragazzi crescono: Jonathan si è scoperto gay e si è trasferito a New York, Bobby fa il pasticciere a Cleveland. Quando Alice, la mamma di Jonathan, si trasferisce col marito, Bobby raggiunge Jonathan a New York e conosce Clare, che vive nella stessa casa. I due si innamorano, ma anche Jonathan ama Bobby, e Bobby ama tutti. Beh, in fondo una famiglia puoi fartela come ti pare e piace, anche a tre! Mayer debutta al cinema dopo una lunga carriera di successi teatrali con un film che non è autobiografico ma poco ci manca. È tratto infatti dal romanzo scritto dal suo buon amico Michael Cunningham (quello di The hours), che come lui negli anni '70 era un giovane pieno di ideali, innamorato della vita e convinto che un mondo migliore fosse possibile. Questo sogno è il vero protagonista del film, che trova incarnazione nel personaggio di Bobby, candido e amorevole (ma non ingenuo) ragazzotto di provincia interpretato da Colin Farrell. Farrell è proprio al nota stonata del film: con la sua aria da macho mal si adatta al ruolo, nonostante l'espressione da tonto gli venga piuttosto bene. Molto più convincente Dallas Roberts, che Mayer si è portato dietro dal teatro, azzeccando una mossa che speriamo sia solo la prima per un attore così bravo.

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Descrizione

Negli anni '50, l'Istituto Svedese per la Ricerca Domestica promosse uno studio col fine di ottimizzare l'economia dei movimenti delle casalinghe. L'assurda realtà diventa ora un film, e l'indagine sociologica si sposta in Norvegia, in un paesino abitato solo da maschi single. Kolke, uno degli studiosi, segue la vita domestica di Isak dall'alto di un seggiolone, per evitare di condizionarlo. Il loro rapporto, all'inizio pressoché inesistente, comincia a stringere e ben presto i due capiscono che è impossibile capirsi senza comunicare. Racconti di cucina inizia scoppiettante, forte di un soggetto tanto assurdo da essere divertente ancor prima che il film inizi davvero. Ed è questo forse il suo tallone d'Achille: la storia infatti non decolla mai del tutto, e il plot (quasi inesistente) non si rivela all'altezza delle aspettative. Un film piuttosto insolito, comunque, che getta un'inquietante luce sulle origini della catena Ikea.

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Descrizione

Francia, 1949. Un compositore fallito, interpretato da Gerard Juniot con la sensibilità misurata di un grande e dignitoso perdente, viene assunto come sorvegliante in un istituto di rieducazione per minori ma, alla severità del cinico direttore, contrappone la dolcezza delle sue lezioni di musica. L'opera prima di Christophe Barratier - nipote di Jacques Perrin, qui attore e produttore - è stata un vero e proprio fenomeno in patria: campione di incassi sia la pellicola, sia il cd della colonna sonora, è la scelta della Francia per concorrere all'Oscar. Il film funziona nelle parti in cui emerge il legame fra il professore e i suoi allievi: nelle lezioni di armonia musicale e umana, nell'insegnamento del rispetto, nella capacità di ascoltare canto e cuore dei bambini difficili. Emozionano le voci angeliche del coro, commuove l'orfanello che attende ogni sabato l'arrivo dei genitori, divertono i goffi ma infallibili sforzi di Juniot per conquistare la stima e la simpatia dei ragazzini. Il film perde, invece, compattezza e freschezza nelle parti di contorno: la cornice ambientata nel presente è superflua, i personaggi adulti secondari finiscono per essere delle macchiette e alcuni punti chiave della sceneggiatura restano lacunosi e mal sviluppati. Un po' più di concisione avrebbe giovato ai ragazzi del coro.

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Descrizione

Uno scrittore ed editore famoso, Etienne Cassard, si e' risposato con una ragazza che ha un'eta'di poco superiore a quella di sua figlia Lolita. La quale non e' per nulla apprezzata dal padre a causa del suo aspetto fisico e nonostante i tentativi che mette in atto per farsi luce con l'attivita' di cantante lirica. L'insegnante della ragazza e' la moglie di uno scrittore disilluso che scopre all'improvviso il successo. E' attorno a questi personaggi che si muove il film di Agnes Jaoui ancora una volta regista e attrice. Si potrebbe rimproverarle di descrivere un ambiente altoborghese troppo distante dal vivere comune. Invece proprio qui sta il merito suo e del suo compagno (sullo schermo e nella vita) Jean-Pierre Bacri: parlano di cio' che conoscono bene e lo sanno fare con sapienza di scrittura e di regia. Anche se questo film (che ruota su diversi personaggi) manca un po' della incisivita' de Il gusto degli altri. Rimanendo comunque altamente al di sopra della media del cinema corrente.

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Descrizione

Nell'Inghilterra anni '50, Vera Drake (Imelda Staunton) si prodiga per la famiglia, l'anziana madre e persino un vicino di casa malato. Quello che nessuno sa è che Vera aiuta ragazze ad abortire: una pratica illegale, che la donna compie per altruismo, senza preoccuparsi delle conseguenze. La sua vita cadrà in disgrazia quando viene scoperta dalla polizia. Mike Leigh continua ad esplorare l'universo che a lui è più congeniale: quello die vinti, degli sconfitti dalla vita. Vera Drake, anche lei 'vinta', si dà da fare per alleviare le sofferenze altrui. E' una donna profondamente buona che finirà in carcere. Leigh dice di voler affrontare la tematica dell'aborto avvalendosi della distanza nel tempo che dovrebbe evitare la polemica. In realtà questo è un film su un mondo che trascina tristemente la propria esistenza ed in cui, forse per la prima volta, non c'è differenza tra ricchi e poveri. Il disagio esistenziale è di tutti. La differenza la fa, come al solito, il denaro. Che però per Vera non conta. Perché lei è un'anima pura.

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Descrizione

Amburgo. Dopo aver tentato il suicidio Cahit incontra Sibel che ha seguito un percorso analogo. Sono entrambi di origine turca ma vivono da molti anni in Germania. Sibel vuole uscire dalla sua famiglia in cui i maschi comandano e propone a Cahit di sposarla. Lei avrà così una copertura per vivere una vita libera anche sul piano sessuale. Ma il ruvido Cahit pian piano se ne innamora al punto di mettere a repentaglio la propria libertà. È un film diviso in capitoli questo di Akin ma a compiere questa scansione non sono dei cartelli o delle dissolvenze in nero. Un'orchestra con una cantante sulle rive del Bosforo separa le parti in cui il film viene suddiviso. Questa immagine, con la relativa colonna sonora, sottolinea il forte richiamo alle origini dei due protagonisti. Come è noto la Germania è la nazione in cui risiede il maggior numero in assoluto di turchi emigrati e il film ci mostra uno spaccato delle loro vite per poi, a vicenda impostata, trasferirsi a Istanbul. A una prima parte amburghese attenta a fondere, con uno stile da videoclip, modernità e radici culturali ed etniche ne succede una più personale e distesa. Al montaggio ritmato seguono ampi piani sequenza che consentono al personaggio di Sibel di palesarsi nella sua irrequieta ricerca di un equilibrio sempre difficile da raggiungere. Sta in questo l'originalità di Akin cioè nel saper offrire alla storia dei ritmi differenti facendoci 'sentire' come il prima e il dopo dell'evento che vede Cahit protagonista siano due modi di porsi dinanzi alla vita e alla possibilità di un desiderio amoroso con delle prospettive completamente diverse. L'impresa riesce grazie anche all'intensa interpretazione di Sibel Kekrilli, la sposa del titolo.

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Descrizione

La capacità del cinema francese di affrontare l'amore in tutte le sue sfaccettature è ancora una volta protagonista in questo film di Anne Fontaine, che annovera un cast di tutto rispetto e una nuova possibilità per lo spettatore di vedere nuovamente insieme due mostri sacri quali Gerard Depardieu e Fanny Ardant. Catherine è una donna che scopre irrimediabilmente che il proprio matrimonio è in crisi. Il marito Bernard la tradisce infatti periodicamente, e per metterlo alla prova, Catherine incontra Nathalie (il cui vero nome è Marlene), una entreneuse, per convincerla a corteggiarlo e sedurlo, in una totale perversione d'amore. Nathalie trasmetterà a Catherine, con i racconti degli incontri con Bernard, la passione ormai svanita dal legame coniugale. Nathalie è una perversione d'amore gridata, mai sottile, vissuta nei dettagli descritti dalle esplicite parole della bella e giovane donna. Questo elemento è il punto di forza e di debolezza del film. La freddezza delle emozioni, trasmesse con convinzione dalla nuovamente affascinante Beart, rende il film a tratti, cerebrale, figlio di quell'amore parlato, caratteristico del cinema transalpino. Le magistrali interpretazioni degli attori, che raccontano con le espressioni del viso e del corpo ogni singolo istante, compensano la mancanza di pathos, e ci consegnano comunque un'opera che vale la pena di essere vista.

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Descrizione

Il regista Kim Ki-Duk è un'entità anomala nel panorama cinematografico. Prima di giungere alla pittura, suo più grande amore, ha svolto lavori di ogni tipo, e il suo incontro con il cinema è avvenuto solamente negli ultimi anni, senza aver avuto alcuna esperienza o formazione in merito. Di conseguenza una sua opera è sempre un'esperienza magica e sensoriale. Abbandonati la valle sperduta e la casetta galleggiante del monaco, della favola morale Primavera, estate, autunno e inverno e... ancora primavera, il regista coreano torna ai giorni nostri per raccontare il tema della solitudine e dell'amore. Tae-Suk è un giovane che trascorre le sue giornate entrando nelle case lasciate vuote occasionalmente dai proprietari. Dorme sul divano, si fa la doccia, lava i panni, aggiusta gli oggetti che non funzionano, gioca a golf e si scatta fotografie da solo con la sua camera digitale. Tutto con una leggerezza quasi ultraterrena. Un giorno, entrando in una casa, si accorge c'è una ragazza, Sun-hwa, che ha dei segni di maltrattamenti sul viso. Sono i continui litigi con il marito. Tae-suk, la prende con sé, per vagare insieme nelle case degli altri, e condividere questo strano modo di vivere che trasforma, lentamente, la loro amicizia in amore. Un evento inaspettato li allontanerà, ma non per sempre. Ferro 3 descrive la solitudine dei protagonisti, eliminando il dialogo, limitato alle grida fredde dei personaggi di contorno, e lasciando parlare i silenzi dei sinuosi movimenti di Tae-Suk. Sembra volare negli spazi, così come era sospesa sull' acqua dell'irreale lago, la casa del monaco nel film precedente. I gesti che compie nelle sue giornate sono il suo divertimento, il trascorrere del tempo di una persona che vive da sola, e che nella vita non ha dimenticato uno degli elementi più importanti, la curiosità. La curiosità, desiderio che spinge verso l'ignoto, fa incontrare poi le due lune, per dare origine a un amore quasi angelicato, nel quale comunicare è muoversi, affascinare è sfiorarsi. Per giungere poi, all'ultima sequenza del film, in cui l'occhio artistico del pittore dipinge l'amore, sentimento magico, impalpabile come l'aria. Il tocco del regista coreano ci ha regalato un altro film, piccolo e immenso allo stesso tempo, narrando i sentimenti con la fantasia e la leggerezza delle emozioni.

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Descrizione

La storia di padre Pino Puglisi, il parroco del quartiere Brancaccio di Palermo, ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993. Un uomo che «sparava» dritto, dovere inflessibile nella denuncia e alieno da ogni compromesso. Con gesti concreti, dedicandosi al recupero dei bambini del quartiere per sottrarli alla mafia, padre Puglisi diventa una presenza scomoda, un simbolo, un freno alla corruzione. Faenza sa bene, mentre affronta questo tema, i rischi che corre: lo stereotipo, la sovrapposizione dell'attore protagonista (che deve liberarsi da Montalbano) al personaggio, l'allineamento alla fiction televisiva. Quello che lo muove è la descrizione di un ambiente, e di come un uomo abbia cercato di sottrarre all'influenza del male proprio i più deboli ed esposti di tutti: i bambini. E' un'attenzione, questa di Faenza, già manifestata in quello che resta il suo film migliore: "Jona che visse nella balena". Non è un caso che i finali si assomiglino: con don Puglisi, ormai ucciso, che sorride a uno dei piccoli salvati dalla strada e dalla malavita. Faenza realizza un film che i trailer fanno sembrare televisivo ma che, sin dalla sequenza iniziale, mostra di essere ben altro. Quegli scatoloni portati dai ragazzini mostrano subito il loro contenuto: vite destinate ad essere soppresse. Come quella di Don Puglisi che con il suo sorriso è stato capace di trasformare la vita di chi gli stava dando la morte.

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Descrizione

Bologna, 1976. Radio Alice è la radio del movimento studentesco: fantasia, rifiuto del lavoro salariato, libertà sessuale e provocazioni culturali. Due ragazzi sui venti,Sgualo e Pelo, possono solo sognare una via d'uscita dal quotidiano. Bazzicano il bar del quartiere e per ovviare alla cronica mancanza di denaro fanno qualche "lavoretto" per un ricettatore locale, che però questa volta propone loro di scavare un tunnel nel sottosuolo del centro. Obiettivo: la Cassa di Risparmio di Piazza Minghetti. Durante il 'lavoro' fa loro compagnia l'ascolto di Radio Alice. Guido Chiesa, interessante documentarista, quando mette mano alla fiction sembra sempre frenato. Qui è come se temesse di doversi confrontare con Radiofreccia (anch'esso prodotto da Procacci). Ecco allora che mescola le carte mettendo in scena una storia che procede su più binari e in cui non è chiaro se si voglia rappresentare il tumulto di quegli anni o se la non chiarezza di idee stia saprattutto in chi racconta. Ancora una volta le buone intenzioni non bastano. Così come non basta il rifugiarsi in un passato irripetibile per evitare di parlare 'davvero' del presente.

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Descrizione

Eleonora Pimentel De Fonseca nasce nel 1752 a Roma. Portoghese di nascita e nobile di origine, si trasferisce a Napoli con la famiglia, vivendo i primi anni della propria vita fra cultura e poesia. Il fallimento del matrimonio di interesse con il Conte De Solis, seduttore e repressore, rinforza il desiderio di Eleonora di immergersi nella poesia che personalmente scrive, e frequentare i circoli letterari dell'epoca, che per primi diffondevano le teorie liberiste francesi in opposizione all'idea di monarchia. Questo idealismo, che abbraccia con convinzione, la conduce a essere considerata una ribelle, e a essere imprigionata dal regime. Il cinema della staticità di Antonietta De Lillo, descrive gli umori e le filosofie di un'epoca di fortissimo cambiamento, aperta alla libertà e all'uguaglianza, e ancora così rigida perché legata alla storia. Staticità in movimento, in cui ogni singolo movimento o dettaglio ha un'importanza estrema, diretta a comprendere i sottili meccanismi della nobiltà e delle istituzioni del tempo. Maria De Medeiros, che interpreta la protagonista, recita in italiano, conferendo un distacco e freddezza al suo personaggio, diviso fra tradizione e innovazione. Lo spirito di De Oliveira appare a tratti, ispiratore di un cinema colto che la De Lillo abbraccia e fa suo, realizzando un film affascinante e colto, così lontano dalle commedie italiane che affollano oggi le nostre sale, così intenso e coerente con le idee rivoluzionarie della sua protagonista.

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Descrizione

Frank, ex avvocato, intrattiene delle relazioni epistolari con alcuni condannati a morte. Il rapporto è puramente cartaceo, mai un incontro. Subito dopo l'esecuzione vende le lettere per cifre elevate. Ma per uno dei casi, che si mostra ipoteticamente più redditizio del previsto, è disposto ad incontrare la detenuta. Charlotte è ritenuta colpevole di infanticidio. Dopo qualche incontro tra di loro scatta qualcosa e lui intuisce che la donna non avrebbe mai potuto far del male a una bambina. Per questo motivo cerca di fare il possibile per trovare delle prove che la scagionino. Dal regista de La casa degli spiriti e Il senso di Smilla per la neve un film che procede, apparentemente, senza grandi colpi di scena ma che riesce comunque a tenere sveglia l'attenzione. Questo piccolo "sacrificio" viene abbondantemente ripagato da un finale del tutto inaspettato, che ci lascia senza parole. Ammirevole è anche l'interpretazione di Connie Nielsen che riesce, nonostante l'aspetto angelico, a far trapelare una certa inquietudine e un misterioso senso di colpevolezza di cui ci si rende conto solo a film terminato.

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Descrizione

Adottare un figlio può essere a volte un'impresa titanica, soprattutto se si decide di adottarlo all'estero. Pierre e Geraldine, giovane coppia francese, ha un sogno: adottare un bambino cambogiano. Il loro viaggio attraverso la disperazione di un paese, in cui i traffici illeciti di infanti sono all'ordine del giorno, è un'esperienza unica e indimenticabile. Riuscire a superare la prova di resistenza può mettere in crisi anche un solido rapporto. Il regista francese utilizza una commistione di fiction e documentario per denunciare una situazione molto più comune di quanto si possa pensare. I tempi sono a volte dilatati, a volte pressanti, ma la durata del film (due ore un quarto!) non riesce a scorrere senza qualche perplessità. Le stesse che appaiono nella rappresentazione degli stereotipi della povertà cambogiana, dove i francesi sembrano essere gli unici salvatori della patria. Un'opera interessante e coraggiosa nei suoi contenuti, che non aggiunge niente alla classe dimostrata altrove da Bertrand Tavernier.

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Descrizione

Adottare un figlio può essere a volte un'impresa titanica, soprattutto se si decide di adottarlo all'estero. Pierre e Geraldine, giovane coppia francese, ha un sogno: adottare un bambino cambogiano. Il loro viaggio attraverso la disperazione di un paese, in cui i traffici illeciti di infanti sono all'ordine del giorno, è un'esperienza unica e indimenticabile. Riuscire a superare la prova di resistenza può mettere in crisi anche un solido rapporto. Il regista francese utilizza una commistione di fiction e documentario per denunciare una situazione molto più comune di quanto si possa pensare. I tempi sono a volte dilatati, a volte pressanti, ma la durata del film (due ore un quarto!) non riesce a scorrere senza qualche perplessità. Le stesse che appaiono nella rappresentazione degli stereotipi della povertà cambogiana, dove i francesi sembrano essere gli unici salvatori della patria. Un'opera interessante e coraggiosa nei suoi contenuti, che non aggiunge niente alla classe dimostrata altrove da Bertrand Tavernier.

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Descrizione

In un tempio buddista, che fluttua in una valle inondata, un maestro osserva il suo giovane allievo mentre si relaziona con il mondo esterno. Quando il piccolo si diverte a torturare un pesce, una rana e un serpente, il maestro lo ammonisce, avvertendolo sulle conseguenze del dolore inflitto agli animali. Superata la trasgressione necessaria di film come Crocodile, L'isola o Bad Guy, Kim Ki-duk rielabora i temi della sua poetica in una forma più tradizionale in senso assoluto ma nuova per il suo cinema. Una lectio moralis in cui i simbolismi semplici e la cura amorevole per la fotografia e gli scenari naturali avvicinano il regista alla consuetudine di ciò che il pubblico occidentale si attende dal cinema d'autore dell'Estremo Oriente. Ma è solo apparenza. L'ambientazione che sembra più accogliente - una valle inondata, con un tempio fluttuante e una perenne aura di misticismo - rispetto ai consueti paesaggi suburbani, carichi di disagio, introduce a una storia non meno crudele e intensa di quelle a cui Kim ha abituato il suo pubblico (e in fondo si tratta del medesimo scenario che caratterizzava L'Isola, con l'acqua ancora una volta elemento fondamentale di isolamento e alterazione temporale). In cui ancora una volta sono i dettagli a rivelare più del quadro di insieme. Un monaco-santo - il soprannaturale, o l'inesplicabile, che accompagna i suoi spostamenti e i suoi gesti non è mai sottolineato, è solo assunto come tale - fa da raccordo tra i segmenti narrativi dell'opera che corrispondono ad altrettante fasi della crescita, caduta e ascesa di un uomo, prigioniero di barriere interiori e di pulsioni e istinti che fatalmente lo allontanano dal cammino della saggezza. Un percorso che è forse impossibile da affrontare senza errare, senza che i più miserabili degli atti insegnino a riconoscere il vero e il giusto nella natura delle cose. Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera è apologo morale e insieme non lo è, perché sfugge a una spiegazione chiara e si apre a molteplici e finanche discordanti interpretazioni sul senso dell'esistenza. Perché la verità non è qualcosa che si possa spiegare e la sua testimonianza non è fatta per rimanere, come un sutra che evapora appena dopo essere stato impresso; la riflessione sulla scrittura come liberazione dalle paure e dai demoni interiori è centrale nel percorso di crescita e redenzione, ma nulla è eseguito per essere esibito, perché qualcuno lo apprenda, è solo eseguito in quanto inevitabile, per un dovere che è innanzitutto intimo, rivolto a se stesso. Per Kim Ki-duk non esistono feti astrali che nascano con una nuova consapevolezza, non esiste evoluzione né alterazione di ciò che è: se il tapiro abbattuto di Kubrick significa un avanzamento, il serpente ucciso dal gioco crudele di un bambino curioso significa reiterazione infinita del ciclo della vita. Un pessimismo di fondo, tipico di Kim, che rimane comunque solo una delle possibili interpretazioni di un'opera capace di ispirare visioni infinite e altrettante letture, sempre nuove, in ogni occasione.

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di: Marziyeh Meshkini

Piccoli ladri

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Mare dentro

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Bon voyage

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Un film parlato

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Da quando Otar è partito

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Ballo a tre passi

di: Theo Anghelopulous

La sorgente del fiume

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Vodka lemon

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Les choristes – I ragazzi del coro

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Così fan tutti

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La sposa turca

di: Anne Fontaine

Nathalie…

di: Roberto Faenza

Alla luce del sole

di: Guido Chiesa

Lavorare con lentezza

di: Antonietta De Lillo

Il resto di niente

di: Bille August

L’ora della verità

di: Bertrand Tavernier

La piccola Lola

di: Bertrand Tavernier

La piccola Lola

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