Vittoria e Abdul

Descrizione

Quest’ultimo film di  Stephen Freas (The Queen, Philomena) è ispirato alla storia vera dell’improbabile amicizia tra il commesso indiano Abdul e la regina Vittoria, durante gli ultimi anni del suo regno. Lo sguardo curioso e l’animo incline alla ribellione del ragazzo fanno breccia nel cuore dell’anziana monarca, stanca di protocolli e rituali di corte. Ma la relazione sempre più intensa e controversa tra i due scatena una rivolta ai vertici della casa reale, che neanche la dispotica Vittoria, ormai alla soglia degli 82 anni, riuscirà a sedare tanto facilmente.


Amarcord

Descrizione

Amarcord viene proposto restaurato dalla Cineteca di Bologna.

Il film è un capolavoro assoluto nel senso che come “La strada”, “La dolce vita”, I vitelloni,” è entrato nel sentire comune della gente travalicando gli steccati culturali che dividono i popoli diventando universale.

Premio Oscar per il miglior film straniero (1974), 3 nastri d’argento (1974), due David di Donatello, Golden Globe come miglior film straniero (1975).


A Ciambra

Seguendo la quotidianità del quattordicenne Pio, Jonas Carpignano, ritrae la Ciambra, comunità non stanziale di Gioia Tauro, in Calabria.

Pio Amato cerca di crescere più in fretta possibile integrandosi fra le varie realtà del luogo: italiani, africani e rom. Ma quando suo fratello Cosimo, suo punto di riferimento, scompare, dovrà provare ad assumerne il ruolo e decidere se è pronto a diventare un uomo.

Presentato alla Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes 2017 è stato una delle rivelazioni vincendo l’importante Label Cenemas Award come migliore film europeo.

Film eccellente e molto originale, prova a cambiare il nostro sguardo con uno di quei gesti che l’arte lascia a futura memoria.

A Ciamba è un atto politico senza le sembianze dell’atto politico (?).


The Square

Christian è il curatore di un importante museo di arte contemporanea di Stoccolma. Una mattina, sulla strada per il lavoro, soccorre una donna in pericolo e si scopre derubato del telefono e del portafoglio. Al museo, intanto, lui e la sua squadra stanno lavorando all’inaugurazione di una mostra, che prevedere l’installazione dell’opera “The Square”: un quadrato delimitato da un perimetro luminoso all’interno del quale tutti hanno uguali diritti e doveri, un “santuario di fiducia e altruismo”. Su suggerimento di un collaboratore, Christian scrive una lettera in cui reclama i suoi averi rubati, innescando una serie di conseguenze che spingono la sua rispettabile ed elegante esistenza in una vertigine di caos.


Loveless

Zhenya e Boris hanno deciso di divorziare. Non si tratta però di una separazione pacifica, carica com’è di rancori, risentimenti e recriminazioni. Entrambi hanno già un nuovo partner con cui iniziare una nuova fase della loro vita. C’è però un ostacolo difficile da superare: il futuro di Alyosha, il loro figlio dodicenne, che nessuno dei due ha mai veramente amato. Il bambino un giorno scompare.


Libere, disobbedienti, innamorate

Leila e l’amica Salma, lesbica, in barba ad una cultura che vorrebbe vedere remissive e schiave al potere maschile, fumano canne, bevono alcolici e non disdegnano piercing e tatuaggi. Noor la terza inquilina invece, fedele alla tradizione, subisce le angherie del futuro sposo.

In una Tel Aviv poco somigliante ad una città arabo-israeliana le tre protagoniste proveranno a conquistarsi una fetta d’amore e di felicità. Commedia amorosa della esordiente regista palestinese Maysaloun Hamound.


Vi presento Toni Erdmann

Una figlia che ha perso il senso dell’umorismo ed un padre che fa di tutto per farle tornare il sorriso. Una candidature ai premi Oscar – premiato al Festival di Cannes – una candidatura ai Golden Globs – una candidatura a BAFTA – cinque premi agli EuropeanFilm Awards – una candidatura a Cesar – sei candidature a London Critics.


L’Intrusa

Napoli ai giorni nostri. Giovanna è una donna che lavora nel sociale e che si deve confrontare quotidianamente con le problematiche sociali della città. Il centro che dirige offre un luogo protetto in cui crescere e giocare dopo le ore di attività scolastica a bambini che potrebbero finire precocemente a far parte della manovalanza camorristica. Un giorno Maria, madre di due bambini, chiede e trova rifugio, con il consenso di Giovanna…

Al suo secondo lungometraggio non documentaristico Leonardo Di Costanzo sfata la regola non scritta secondo la quale a un buon film di esordio ne segue un secondo non alla stessa altezza qualitativa.

Presentato al Festival di Cannes 2017.


Loving

Descrizione

Virginia, USA, sul finire degli anni 50, Mildred e Richard Loving: lei nera, lui bianco. Si amano, si sposano, aspettano un bimbo, ma per le leggi del loro Stato i matrimoni misti sono illegali e puniti con la carcerazione. Dopo lunghe vessazioni ed ingiustizie e con l’aiuto di un pool di avvocati liberal, la coppia porta in tribunale lo Stato della Virginia. Processo senza precedenti destinato a riscrivere la storia degli Stati Uniti.


Una donna fantastica

Descrizione

Santiago del Cile. Orlando, un ultracinquantenne imprenditore tessile, ha una soddisfacente relazione con Marina e intende festeggiarne il compleanno con un viaggio alle cascate di Iguazu. La sera della ricorrenza ha un malore in seguito al quale cade dalle scale di casa. Marina lo porta all’ospedale e avvisa il fratello che sopraggiunge. Orlando è deceduto e Marina viene invitata dalla ex moglie a tenersi lontana dalle esequie e dalla sua famiglia. Non perché sia l’amante ma perché è una transgender.


L’ordine delle cose

Descrizione

Se la legge ed il senso comune contrastano tra loro è possibile sovvertire l’ordine delle cose?

La domanda è quella che si pone anche il protagonista del film, Corrado (Paolo Pierobon) alto funzionario del Ministero degli Interni italiano incaricato di arginare i viaggi illegali dalla Libia verso l’Italia. Corrado fa il suo lavoro e lo fa anche bene, ma commette un errore imperdonabile. Si lascia coinvolgere nelle vicende personali dell’ostinata Swada, una donna somala che sta cercando di scappare dalla detenzione libica per raggiungere il marito in Europa….


Ritratto di famiglia con tempesta

Descrizione

Giappone, Tokio, oggi. Ryota è uno scrittore fallito che per mantenere l’ex moglie ed il figlio, e per fare fronte ad i debiti di gioco, lavora come investigatore privato per una agenzia.
Insoddisfatto ed irrisolto, durante una visita all’anziana madre, l’uomo sarà bloccato da una tempesta che lo chiamerà a confrontarsi con gli insuccessi personali e relazionali.


Une vie

Descrizione

Normandia, 1819. Jeanne è una giovane nobildonna che sboccia alla vita, si innamora e sposa Julien de Lamare, un nobile locale decaduto…ma all’orizzonte si prepara una tempesta che travolgerà ogni bene, materiale e affettivo, affondando Jeanne nei ricordi di una vita.

Il film ha ottenuto 2 candidature al Cesar ed è stato presentato al Festival di Venezia 2016.


Easy – un viaggio facile facile

Descrizione

Isidoro, per i familiari Easy, ha 35 anni ed è stato una promessa dell’automobilismo competitivo fino a quando non ha cominciato a prendere peso.

Ora vive con la madre e si imbottisce di antidepressivi. Fino al giorno in cui il fratello gli chiede un favore speciale…
Uno dei film più coraggiosi del cinema italiano, un road movie che fa sorridere senza smettere di far riflettere.


Sole cuore amore

Descrizione

Una amicizia tra due giovani donne in una città bella e dura come Roma e il suo immenso interland. Due donne che hanno fatto scelte molto diverse nella vita: Eli ha quattro figli, un marito disoccupato e un lavoro difficile da raggiungere; Vale invece è sola, è una danzatrice e performer, e trae sostentamento dal lavoro nelle discoteche. Legate da un affetto profondo, da una vera e propria sorellanza, le due donne sono mondi solo apparentemente diversi, in realtà sono due facce della stessa medaglia, ma la solidarietà reciproca non sempre basta a lenire le difficoltà materiali della loro vita.

Il rosso del cappottino spielberghiano indossato da Eli – il rosso delle lucette notturne della camera dei bambini e delle fermate della metro – il rosso degli abiti della sua amica e vicina di casa Vale.

Il rosso dell’evidenziatore di Daniele Vicari, della matita con la quale sottolinea calcando per bene sul foglio del film tutti gli errori e gli orrori della nostra società.


Tutto quello che vuoi

Descrizione

Alessandro, ventidue anni, è trasteverino ignorante e turbolento; Giorgio, ottantacinque, è un poeta dimenticato. I due vivono a pochi passi l’uno dall’altro, ma non si sono mai incontrati, finché Alessandro è costretto ad accettare un lavoro come accompagnatore di quell’elegante signore in passeggiate pomeridiane.

Da questo episodio è nata in Bruni l’idea del film nel quale si percepisce ad ogni battuta la sua straordinaria capacità di scrittura attenta, in ogni situazione, ad evitare le secche della retorica e la melassa del sentimentalismo.

Il film ha ottenuto 5 candidature e 3 vittorie ai Nastri d’Argento.


L’altro volto della speranza

Descrizione

Khaled è un rifugiato siriano che ha raggiunto Helsinki dove ha presentato una domanda di asilo che non ha molte prospettive di ottenimento. Wilkström è un commesso viaggiatore che decide di lasciare la moglie e, vincendo al gioco, rileva un ristorante in periferia. I due si incontreranno e si aiuteranno vicendevolmente. Nella società che li circonda non mancano però i rappresentanti del razzismo più becero.

L’ultimo film capolavoro di Aki Kaurismaki premiato al Festival di Belino 2017 con l’orso d’argento per il miglior regista.


Manchester by the sea

Descrizione

Lee Chandler conduce una vita solitaria in un seminterrato di Boston tormentato dal suo tragico passato. Quando suo fratello Joe muore, è costretto a tornare nella cittadina d’origine, sulla costa, e scopre di essere stato nominato tutore del nipote Patrick. Mentre cerca di capire cosa fare con lui, rientra in contatto con l’ex moglie Randy e con la vecchia comunità da cui era fuggito. Allontanare il ricordo della tragedia diventa sempre più difficile.

Insieme al cliente è il miglior film dell’anno nel quale Lonergan, dopo il suo esordio con you can count on me,  si è fatto duro e maturo, senza perdere la tenerezza.

Il film ha ottenuto 6 candidature e vinto 2 Premi Oscar (miglior attore protagonista e migliore sceneggiatura), 6 candidature a Golden Globes, 6 candidature e vinto 2 BAFTA, 1 candidatura a Cesar, 5 candidature e vinto 2 London Critics.


Il cliente

Descrizione

Emad e Rana sono due coniugi costretti ad abbandonare il proprio appartamento a causa di un cedimento strutturale dell’edificio. Si trovano così a dover cercare una nuova abitazione.

La nuova casa era abitata da una donna di non buona reputazione e un giorno Rana, essendo sola, apre la porta (convinta che si tratti del marito) a uno dei clienti della donna il quale la aggredisce. Da quel momento per Emad inizia una ricerca dell’uomo in cui non vuole coinvolgere la polizia.

Uno dei migliori film dell’anno, premiato con due Premi Oscar per sceneggiatura ed interprete principale, stato premiato al Festival di Cannes e candidato al Golden Globes.


Elle

Descrizione

Michelle è la proprietaria di una società che produce videogiochi ed è una donna capace di giudizi taglienti sia in ambito lavorativo che nella vita privata. Vittima di un stupro nella sua abitazione non denuncia l’accaduto e continua la sua vita come se nulla fosse successo.
Paul Verhoeven ha ragione quando dice che era indispensabile girare il film in un Paese che non fossero gli Stati Uniti perché nessuna attrice americana avrebbe accettato un ruolo così amorale.


Orecchie

Descrizione

Un mattino, al risveglio, il protagonista avverte un fastidioso fischio alle orecchie. Al contempo trova sul frigorifero un post it, lasciato dalla sua compagna, che lo informa che è morto il suo amico Luigi e gli lascia l’indirizzo della chiesa dove in serata si svolgerà il funerale. La giornata per lui trascorrerà nel tentativo di risolvere il problema uditivo e nel cercare di capire chi possa essere questo amico di cui non ricorda nulla.
Alessandro Aronadio, a sei anni di distanza da Due vite per caso fa nuovamente centro con un film in cui riflette, con i toni della commedia, su questo pazzo pazzo pazzo mondo.


Metropolis

In programmazione: 27/04/2017

Descrizione

Metropolis, la megalopoli del futuro, è divisa in due parti. Nella città di sopra vivono i ricchi che godono di tutti gli agi. In quella inferiore gli operai, sfruttati come schiavi. Maria, che si occupa dei bambini di questi ultimi, li conduce un giorno a vedere un giardino della città di sopra. Qui incontra per la prima volta Freder, figlio del padrone assoluto di Metropolis, Frederer. Turbato dalla sua bellezza il giovane la va a cercare e scopre la dura vita degli operai. Maria mette tutte le sue forze nel tentativo di realizzare una mediazione tra quelle che definisce “le braccia e il cervello” ma lo scienziato Rotwang la rapisce e dona le sue sembianze a un robot che istigherà gli operai alla ribellione.
Capolavoro del cinema in assoluto e di quello di fantascienza in particolare Metropolis va collocato nella complessità socio-culturale del periodo in cui venne realizzato. La sceneggiatura è di Thea von Harbou, moglie di Lang, e già questo costituisce un elemento di riflessione perché la scrittrice pochi anni dopo avrebbe aderito al Partito nazista mentre il regista, ebreo per parte di madre, lasciò la Germania per raggiungere gli Stati Uniti. Sta in questo ibrido d’origine una delle possibili cause del fatto che Metropolis venisse, ad esempio, pesantemente criticato da un regista come Buñuel e apprezzato invece da Hitler, che vedeva nello sviluppo della trama e, in particolare nel finale, un sostanziale sostegno alla sua ideologia.
Al di là delle diverse letture coeve, il film costituisce una pietra miliare non tanto per la vicenda narrata, che ha molti debiti con il teatro (in particolare con quello di Ernst Toller e di Erwin Piscator) e non manca di elementi retorici, quanto per la visionarietà dal punto di vista scenografico. Lang si avvalse della collaborazione di ben tre scenografi (Kettelhut, Hunte e Vollbrecht) ed è grazie alla continua riflessione sull’immagine che la città avrebbe dovuto avere che il film superò qualsiasi aspettativa. Come doveva presentarsi una metropoli in cui dominavano l’oppressione e lo sfruttamento? Quanto il riferimento biblico (e brugheliano) alla Torre di Babele doveva divenire significativo? Come far percepire il trionfo delle macchine come un Moloch assetato di sacrifici umani? Sono tutte domande a cui la visionarietà di Lang e dei suoi collaboratori offre una risposta con un’opera che subì innumerevoli mutilazioni nel corso degli anni ma che ora gode di un restauro filologicamente accuratissimo.


Il cittadino illustre

In programmazione: 20/04/2017

Descrizione

Daniel Mantovani, premio Nobel per la letteratura, l’ha profetizzato nel suo antiretorico discorso svedese: la massima onoreficenza farà di lui un monumento, spedendolo anzitempo al museo. Da cinque anni, infatti, non scrive niente di nuovo, e sono più gli inviti che rifiuta di quelli che accetta. Quando però arriva via lettera una richiesta da Salas, minuscolo paese argentino, decide di andare. A Salas, Daniel Mantovani è nato e cresciuto, e da là è fuggito, senza mai tornare, quarant’anni or sono, costruendo la sua identità sul rifiuto di quel luogo e della sua mentalità. Una volta in Argentina, lo scrittore è oggetto di un’accoglienza trionfale, ma col passare dei giorni le cose peggiorano, le sue opinioni non piacciono, si solleva un malumore sempre più generalizzato,un’aria nientemeno che di violenza.
El ciudadano ilustre si apre sulla reazione polemica del protagonista nel contesto ufficialissimo della consegna del premio Nobel e strappa subito un sorriso, facendo pensare alla boutade, ad una sequenza d’apertura scritta per essere efficace e spiazzante in modo ironico. Non è così. Non è una boutade. Il resto del film conferma non solo l’ottimo livello della scrittura e dell’umorismo messo in campo, ma soprattutto una generale intelligenza del film, emotiva e intellettuale, che è la sua migliore eredità.
Duprat e Cohen, coppia creativa, costruiscono una loro “strategia del ragno” su un tema politicamente scomodo e indelicato quale il divario culturale tra il personaggio di Mantovani e i tanti compaesani dai quali ha preso a suo tempo le distanze, e lo fanno con lo strumento della commedia, anche esilarante, ma che non diventa mai presa in giro. Non lo diventa perché quella fotografata, con una misura chirurgica, davvero ammirabile, non è un’esagerazione, bensì un ritratto veritiero. Il camion dei pompieri, la reginetta di bellezza, il concorso di pittura, l’esaltazione della grigliata, il filmato in powerpoint, così come la trasmissione radiofonica, ci fanno morire dal ridere ma nessuno di noi potrebbe negare che sono cose che accadono, e nemmeno gonfiate (l’unica estremizzazione, a fini drammaturgici, è quella del Nobel). Ugualmente, nel ritratto del protagonista, non c’è alcun ridimensionamento di servizio: quel che i registi gli fanno dire, l’accento posto sulla distinzione tra autobiografia e finzione, è materia seria e plausibile, senza sconti. Perché quello è il punto, e loro hanno trovato la giusta misura.
Può dispiacere, questo sì, che l’estetica del film sia così povera, il filtro cinematografico, anche nel senso un po’ spetttacolare del termine, totalmente inesistente. Chiaramente è una scelta ragionata, un contributo formale all’argomento, ma per certi versi è anche un peccato: lo si vorrebbe tutto “bello”, questo piccolo film, come la sua idea.


Neruda

In programmazione: 13/04/2017

Descrizione

Cile, 1948. Il governo di Gabriel Gonzalez Videla, eletto grazie ai voti della sinistra, sceglie di abbracciare la politica statunitense e di condannare il comunismo alla clandestinità. Pablo Neruda, poeta, senatore e massima personalità artistica del Paese, avversa decisamente questa decisione, fino a diventare il ricercato numero 1. In accordo con il partito comunista, Neruda sceglie l’esilio anziché il carcere, ma per riuscire a fuggire deve fare i conti con Oscar Peluchonneau, l’ispettore di polizia che Videla sguinzaglia contro di lui.
Ogni possibile timore sull’approccio di Pablo Larrain alla materia scottante che riguarda il suo celebre omonimo, il poeta e “Senatore” Neruda, risulta totalmente privo di fondamento. Il crudo e nozionistico realismo del biopic è un approccio che non viene mai preso in considerazione, a dispetto del laconico titolo che si limita al cognome del protagonista. La prima e folgorante sequenza è già indicativa. Con un interessante gioco di angolazioni dell’inquadratura e di sfruttamento degli spazi del profilmico il regista illustra la capacità oratoria di Neruda e il misto di invidia e risentimento verso di lui che monta presso i suoi nemici. Anima e voce dello spirito identitario cileno, Pablo Neruda è come se accompagnasse con la sua poesia di ribellione e di intenso amore per la vita le vicende tragiche – future per lui ma passate per Larrain e chi guarda il film – di un popolo glorioso e insieme macchiato dall’infamia. Molto della grandezza di Neruda risiede nella consapevolezza della riflessione ex post e nell’interazione che avviene con questa. Ripensando la filmografia del regista cileno, Neruda diviene spirito guida della precedente trilogia: il migliore rappresentante di quel peculiare modo di intendere la vita che è proprio della gente andina. E anche su questa sua natura di privilegiato, di primus inter pares anche tra i rivoluzionari, la scintillante sceneggiatura di Guillermo Calderón scaglia dardi avvelenati, pregni del senso di amarezza (anche qui ex post) che vive chi ha inseguito il sogno di un mondo migliore e ha assistito alle macerie del pallido surrogato di quel sogno. Nessuno o quasi nella sinistra si interrogava nel 1948 sulla veridicità del verbo staliniano. Nessuno può fare a meno di farlo nel 2016.
Perché prima ancora che artista Neruda è comunista, in linea con la dottrina marxista del primato della politica. E Calderón tende a non farlo mai dimenticare, riempiendo lo script di innumerevoli citazioni del vocabolo “comunista”, quasi a ribadire come il pronunciarlo sia divenuto quasi una bestemmia, a seguito dell’americanizzazione del linguaggio universale che ha contraddistinto gli ultimi decenni.
?Larrain si conferma cantore ineguagliabile della storia del suo Paese e delle sue molteplici contraddizioni, capace in ogni occasione di adottare un registro differente (cruda provocazione in Tony Manero, l’astrazione del marketing dalla tragedia in No – I giorni dell’arcobaleno). Per Neruda sceglie l’estetica del cinema noir classico americano – fino a ricorrere alla rear projection nelle sequenze in automobile – e la cala in un contesto quasi onirico, leggero e veloce come i versi del poeta, magari pronunciati in un bordello di quart’ordine tra fiumi di alcol.
I movimenti di macchina sono talora bruschi e talora fluidi, provano a replicare il saliscendi di emozioni dei personaggi. Senza mai aderire, come in un biopic prevedibile, alla soggettiva dell’uno o dell’altro protagonista. La prospettiva è sempre originale, asimmetrica, spesso inverosimile. E il crescendo conduce progressivamente verso un confronto tra due uomini che si temono e si rispettano, benché sia chiaro fin dall’inizio come uno dei due sia subalterno rispetto all’altro. L’ispettore inventato (da Larrain? Da Neruda? E da quale Neruda?) come nemesi ideale del poeta, con quel baffo a metà tra Clouseau e un flic melvilliano interpretato da Alain Delon, è personaggio fittizio in ogni suo aspetto, lo scarto definitivo da ogni residuo di realismo. Su di lui si abbatte una sindrome da Pat Garrett, una fascinazione insopprimibile per la figura di Pablo Neruda. Un’ossessione per la sua cattura che, più che altro, è dimostrazione a se stesso di volerlo e poterlo catturare e di essere all’altezza del suo rispetto, come uomo e come artista (mancato). Una interessante figura ai margini della storia, un rosentcranz+guildenstern stoppardiano che rifiuta l’uscita di scena, specie come personaggio secondario. E che condisce di lieve ironia un epilogo sensazionale, visivamente – straordinario il lavoro del direttore della fotografia Sergio Armstrong – e narrativamente. Larrain conNeruda trova l’equilibrio perfetto tra esigenza di verità sugli eventi drammatici che hanno caratterizzato la storia cilena e narrazione allegorica. Realismo nei fatti, onirismo nella forma, in un mirabile e perfettamente bilanciato connubio.


Frantz

In programmazione: 06/04/2017

Descrizione

Germania, 1919. Una giovane donna si raccoglie ogni giorno sulla tomba del fidanzato caduto al fronte. La sua routine è rotta dall’incontro con Adrien, soldato francese sopravvissuto all’orrore delle trincee. La presenza silenziosa e commossa del ragazzo colpisce Anna che lo accoglie e solleva di nuovo il suo sguardo sul mondo. Adrien si rivela vecchio amico di Frantz, conosciuto a Parigi e frequentato tra musei e Café. Entrato in seno alla famiglia dell’uomo, diventa proiezione e conforto per i suoi genitori che assecondano la simpatia di Anna per Adrien. Ma il mondo fuori non ha guarito le ferite e si oppone a quel sentimento insorgente. Adrien, schiacciato dal rancore collettivo e da un rimorso che cova nel profondo, si confessa con Anna e rientra in Francia. Spetta a lei decidere cosa fare di quella rivelazione.
La forza del cinema di François Ozon consiste nel mettersi costantemente alla prova, prendendo dei rischi. L’autore francese non gira mai due volte lo stesso film così quello successivo non lo trovi mai dove te lo aspetteresti. Dal polar (8 donne e un mistero) al thriller hitchcockiano (Dans la maison), passando per il racconto moderno (Ricky), Ozon cambia pelle e genere insistendo sulla vertigine intellettuale che provoca la dialettica realtà-finzione. Grande film romanzesco al cuore del quale indugia un segreto, si annidano ricordi ricamati dalle bugie e fioriscono sentimenti mediati dall’arte (un quadro di Manet, un concerto per violino), Frantzribadisce l’impatto dell’immaginario sul mondo, infiltrando un corpo estraneo in territorio straniero.
Adattamento di una pièce di Maurice Rostand che Ernst Lubitsch aveva già trasposto nel 1932 (L’uomo che ho ucciso), Frantz ausculta la tensione franco-tedesca all’indomani della Prima Guerra Mondiale. Ma se il protagonista di Lubitsch rivela senza indugio le ragioni del suo arrivo, l’Adrien di Ozon approccia progressivamente la famiglia di Frantz col suo inconfessato, il tipo di menzogna per cui Ozon ha interesse e predilezione, il tipo di menzogna che crolla sul film mutandone il tono e sconvolgendo la vita dei suoi personaggi. Come indica il suo titolo, Frantz è un film sull’assenza (Frantz è il nome del soldato caduto e non del protagonista), motivo ricorrente nella filmografia dell’autore, che si concentra sulla vita di un uomo (tra)passato di cui rintraccia l’esistenza e la riscrive con un senso del dettaglio proustiano. Senza che lo spettatore possa più distinguere tra finzione e reale, l’autore lo manipola attraverso le esperienze descritte, qualche volta così bene che i protagonisti finiscono loro stessi per compiacerlo. Proprio come dovrebbe fare il cinema, Ozon risveglia i nostri sensi nella delicata scena in cui Adrien è invitato a suonare il violino di Frantz davanti ai suoi genitori. Il silenzio della morte è insopportabile ma l’autore insiste sulle note di Philippe Rombi, riempiendo il vuoto che i personaggi cercano disperatamente di colmare. Raccolti in salotto, combattono l’assenza facendo esistere Frantz nel loro immaginario, quel figlio perduto che Ozon traduce col colore. Perché Frantz è girato in bianco e nero per rendere più credibile il décor ma soprattutto per marcare lo scarto cromatico quando il sogno diventa più bello della realtà. Realtà che scandisce la progressione drammaturgica dei fatti col turbamento che provoca la presenza di un soldato francese in un villaggio tedesco ‘spogliato’ dalla guerra. La nascente amicizia franco-tedesca è essa stessa un’impostura che rivela la frattura di due paesi che vivono lo stesso lutto. La messa in scena bucolica, i tableaux che accolgono i personaggi e li conducono per mano lungo il fiume o sopra un prato, producono uno slancio umanista che trascende le identità nazionali, mischiando le lingue, e la poesia prodotta in quelle lingue, per andare oltre la parola e dimostrare l’universalità dell’immaginazione, il solo balsamo per curare gli orrori della guerra, le cicatrici che Anna ha sul cuore e Adrien incise nella carne. Tuttavia Ozon crea una tensione drammatica rispetto alla percezione dell’ideale, che può rivelarsi fatale in faccia al trauma. La finzione è frustrante perché inaccessibile e i protagonisti lo scoprono nel tentativo di proteggere i loro cari dalla verità. A questo punto il regista inserisce la confessione sconvolgente di Adrien, che passa testimone e carico (morale) ad Anna. La menzogna si impone sulla verità e la protagonista mutua e gioca il ruolo di Adrien mentendo a chi ama. Ma la rivelazione di Adrien si dimostra il motore dell’emancipazione della giovane donna, che al fondo di un conflitto accetta la realtà, dirigendo la sua evoluzione oltre i confini della Germania e verso il ‘fronte’ francese. Fronte in cui Frantz stempera il contesto storico per focalizzarsi sui suoi personaggi in fuga per la ricostruzione.
Dramma ficcato come una spina tra le due guerre e attraversato da un nazionalismo che esacerbato sfocerà qualche decennio più tardi in una Seconda Guerra Mondiale, Frantz fa risuonare in un film d’epoca le agitazioni geopolitiche contemporanee, emergendo l’universalità dei suoi propositi. In conclusione e davanti al quadro di Manet (Le Suicidé), Ozon ci ricorda che il cinema è l’arte della menzogna. Il cinema abbraccia e manipola il mondo reale, come Anna, meravigliandoci e incarnando l’irriducibile istinto vitale che si insinua e persiste. E dolcemente riprende il respiro.


Elvis & Nixon

In programmazione: 30/03/2017

Descrizione

Elvis Presley ha un sogno: essere nominato agente federale dal presidente Richard Nixon. Agli inizi degli anni Settanta l’America è in ambasce. Manifestazioni contro la guerra in Vietnam, rivendicazioni delle Black Panthers, debutto del movimento Hippie e degrado dei costumi richiedono un intervento immediato ed eroico. Deciso a essere lui il local hero che mette ordine nel disordine sociale, Elvis chiede udienza alla Casa Bianca. Ma il presidente Nixon snobba la rock star, che lascerebbe volentieri alla porta senza l’intervento della figlia, fan accanita di Presley, e dei suoi consiglieri che ritengono quell’incontro provvidenziale alla luce delle prossime elezioni. Ricevuto nello studio ovale, Elvis ottiene l’investitura in cambio di un autografo e di una fotografia che immortala il celebre incontro.
Testa a testa comico e crepuscolare tra un presidente e un idolo, Elvis & Nixon mette in schermo l’incontro improbabile ma autentico tra Elvis Presley e Richard Nixon. Attestato da una foto, il confronto celebre ma poco documentato ebbe luogo nel dicembre del 1970, quando Nixon cercava con ogni mezzo appeal ed elettori e Presley veniva raggiunto e superato dallavague del 68. Sorpreso da Liza Johnson in piena transizione, tra il come back riuscito di “Suspicious Minds” e la sua trasformazione in attrazione da luna park, soppiantato da una nuova generazione di rocker inglesi che disprezzava, Elvis è interpretato da Michael Shannon, che costruisce un ritratto complesso e grottesco di un cantante consapevole del mito che era diventato. Di fronte a lui, il presidente di Kevin Spacey, che abita ancora lo studio ovale e cortocircuita Underwood e Nixon (House of Cards) in uno scarto spazio-finzionale, facendo del secondo un grande personaggio comico.
Meditazione sulla decadenza di un idolo e insieme farsa sul potere, Elvis & Nixon è un film d’attori, una parentesi surreale che riflette sulla maniera in cui Elvis risuona con la sua epoca e inevitabilmente con la nostra. Nel 1970 Elvis non è ancora la balena tronfia che si arena sulle scene di Las Vegas ma non è più nemmeno il cantante suadente che rivoluzionò la musica popolare diciassette anni prima. Il meglio dell’artista è già passato e il peggio attende dietro l’angolo. Elvis muore sette anni dopo obeso e sconfitto nel suo bagno di Graceland. In questo scarto si infila Michael Shannon incarnando sobriamente quello che restava di un mito, il suo precipitato sul fondo: un bianco del Sud, ossessionato dalle armi, dalla bandiera americana e dai costumi ridondanti di lustrini. Shannon trova la distanza ideale tra sé e il personaggio, cercando Elvis e trovando un Elvis. Perché l’attore non vuole assomigliargli, dell’artista ricrea una traccia, un’aura, un movimento. Attraverso una costruzione inventiva e il registro della commedia, la Johnson incontra il presidente più conservatore degli Stati Uniti con un musicista ribelle in cerca di un distintivo per difendere sotto copertura una nazione minacciata a tutti i livelli.
Minacciata (soprattutto) nella supremazia wasp, di cui Elvis si fa portatore accanito, farcito di idee semplicistiche sul mondo, disconnesso sulla realtà e talmente abituato a ottenere quello che vuole da non percepire più la soglia del ridicolo. Con gelosia malcelata per i Beatles e i Rolling Stones, conquista la Casa Bianca senza intonare una nota, come la commedia da camera (ovale) di Liza Johnson che non lo ‘intende’ cantare. Perché Elvis & Nixon affronta l’inizio della fine di Presley, a cui non risparmia colpi, frizzi e lazzi.
Caustico con il suo mito, il film descrive un uomo guastato dalla celebrità, che trova normale farsi chiamare ‘capo’ dai suoi amici d’infanzia. Più travestito che vestito, Elvis è prigioniero di Presley, un eroe tragico davanti a cui anche Nixon finisce per cedere. Liza Johnson apre la porta dello studio ovale, rievoca i loro fantasmi e li osserva, nel bene e nel male, fare la storia. Una storia americana.


Indivisibili

In programmazione: 23/03/2017

Descrizione

Viola e Dasy sono due gemelle siamesi che cantano ai matrimoni e alle feste e, grazie alle loro esibizioni, danno da vivere a tutta la famiglia. Le cose vanno bene fino a quando non scoprono di potersi dividere. Il loro sogno (in particolare quello di una delle due) è la normalità: un gelato, viaggiare, ballare, bere vino senza temere che l’altra si ubriachi… fare l’amore.
Ci sono luoghi che sembrano ‘volere’ che un film venga girato nel loro ambito. Questa è l’impressione che si ha vedendo Indivisibili in cui il territorio abusato di Castelvolturno si propone come il contesto ideale per una storia in cui la separazione ha il prezzo di un dolore non solo fisico. Edoardo De Angelis torna lì dove aveva chiuso la sua opera precedente e, grazie a due giovanissime attrici assolutamente in grado di portare sulle loro spalle gran parte della forza del film, ci presenta uno spaccato della società in un’area tormentata della Campania.
Essere unite ‘per sempre’ è, per Viola e Dasy, una condizione che è stata loro descritta come ineluttabile. Ma non è così e quando si scopre che un intervento chirurgico è possibile per loro il futuro assume connotazioni non solo impensate ma anche fino ad allora impensabili. Potrebbero lasciarsi alle spalle lo sfruttamento che un padre rapace e una madre imbelle fanno dei loro corpi. Potrebbero anche mettere in condizione di non nuocere alle anime un prete che fa leva su superstizioni ataviche nonché un sedicente produttore discografico interessato più al loro essere freak e quindi sessualmente diverse che non alle loro voci.
È una storia d’amore sororale quella che ci viene proposta, un amore in cui una delle due chiede di poter respirare autonomamente l’ossigeno della vita trovando un ostacolo nell’altra ma è anche qualcosa di più e di diverso, andando forse al di là delle stesse intenzioni del regista. Perché finisce con il parlarci di una terra e di un popolo che faticosamente (e pagando costi elevati) cerca, nonostante tutto, di mostrare a se stesso e agli altri di poter trovare la forza per dividere, per separare la propria immagine da quella del malaffare e della criminalità, camorristica e non.


Al di là delle montagne

In programmazione: 16/03/2017

Descrizione

Fenyang, 1999. La Cina è a un passo dal nuovo secolo e da Macao, ultima colonia portoghese in Asia. Mentre il Paese si appresta a ristabilire la propria sovranità, Tao, una giovane donna di Fenyang, non sa decidere a chi appartenere. Corteggiata da Zhang, proprietario di una stazione di servizio che si sogna capitalista, e Lianzi, minatore umile che estrae speranze e carbone, Tao prova a fare chiarezza nel cuore. Tra una corsa in macchina e un piatto di ravioli al vapore, sceglie Zhang e getta nella disperazione Lianzi, che abbandona casa e città. Quindici anni, un matrimonio e un figlio dopo, Tao è separata e sola, Lianzi ha un cancro e Zhang vive a Pechino con un’altra donna. Cinico e ricco ha ottenuto l’affidamento del figlio, che ha chiamato come la valuta americana (Dollar) e ha deciso di far crescere in Australia. Terra promessa dall’altra parte del Mondo, l’Australia diventa la patria di Dollar che maggiorenne e inquieto ha deciso di ritrovare sua madre e la Cina. A ostacolarlo c’è Zhang, che non ha mai imparato l’inglese e non ha parole per raggiungere il suo ragazzo. A casa e sotto la neve, attende da sempre Tao.
La mutazione accelerata del (suo) mondo è l’oggetto ideale del cinema di Jia Zhangke. Registrare una realtà che evolve sotto gli occhi con tale velocità e tali proporzioni è la sua vocazione e in un certo senso quella del cinema (delle origini). Dopo il gigantismo del cantiere di Still Life, che conduceva a conseguenze gigantesche, Jia Zhangke svolge una relazione d’amore attraverso gli anni e le trasformazioni economiche del suo Paese. Cuore centrale della storia è ancora una volta Fenyang, città natale dell’autore e punto di ancoraggio estetico e sociale del suo cinema. La sua produzione artistica, avviata nel 1995 e rimasta a lungo clandestina in Cina, testimonia da sempre la fragilità dell’uomo sottomesso a volontà che lo doppiano. Funambolo su un filo teso tra fiction e documentario, l’autore è ritrattista e paesaggista insieme di sentimenti forti emersi da una società in crisi. Vedere i suoi film è come accedere a un laboratorio estetico, un diapason che produce un suono puro, frequenze armoniche che accordano tecnica digitale e finzione, documentario e lirismo elettrico, (iper)sensibilità poetica e interazione tra uomini e ambiente.
Se il suo cinema precedente minacciava l’assorbimento dell’individuo nelle metamorfosi capitaliste, Al di là delle montagne realizza la minaccia e la spiega lungo un’asse temporale che contempla presente, passato e futuro. Sospeso tra la certezza di quello che è stato, il film apre sul Capodanno del 1999, e l’ipotesi di quello che potrà essere, il film chiude sull’inverno del 2025, Al di là delle montagne materializza l’ambizione cinese nella figura di Zhang. Indietro restano Lianzi, senza lavoro e in compagnia del suo cancro, Tao, corpo nazione indecisa sulla strada da prendere al debutto e poi votata al consumo, e Dollar, il prezzo pagato alla conversione economica. Dopo aver reso conto di milioni di persone povere e profughe e aver registrato centinaia di città e siti archeologici sommersi, il regista affronta i flussi migratori e disloca per la prima volta i suoi personaggi al di là dei confini cinesi. L’Australia diventa la terra promessa di Zhang e la terra straniera di Dollar, dentro un melodramma superbo su due generazioni che non riusciranno più a comunicare. In fondo al loro silenzio, che ormai parla soltanto la lingua inglese, resiste la tradizione incarnata da Tao, punto fermo del film che prepara ravioli e ‘riconosce’ la voce cara. Dentro un contesto (sur)reale, dentro città simbolo della cultura classica cinese ridotte a cantieri, Zhangke accomoda tre personaggi in cerca di qualcosa, forse l’amore, forse una famiglia, forse il successo, forse la propria identità, forse una finestra verso il mondo esterno, che ha smesso di essere clandestino e contempla adesso l’occidentalità pop dei Pet Shop Boys.
Come nella canzone “Go West” i personaggi cercano una nuova frontiera e di questa ricerca il regista fa un gioco plastico e narrativo, che produce uno smarrimento emozionale attraverso uno sguardo critico. Come in Still Life osserviamo volti rivelati in piani densi e corpi in bilico sul vuoto. Se ieri era un vuoto reale provocato da una diga, oggi è quello ideale prodotto dall’esodo. Come il fiume Yangtze la Tradizione è interrotta e la geografia (umana) alterata. I tempi cambiano, gli uomini passano ma resta il cinema a mostrarceli.


Agnus Dei

In programmazione: 09/03/2017

Descrizione

Polonia, anno 1945. Mathilde Beaulieu è una giovane dottoressa francese della Croce Rossa. Quando una suora polacca, cerca il suo aiuto, Mathilde la segue nel convento di benedettine, dove scopre che molte di loro, violentate dai soldati russi nel corso di una violenta irruzione, sono rimaste incinte e sono sul punto di partorire. Tenuta al segreto professionale, cui si aggiunge quello imposto dalla madre superiora e dalla situazione, Mathilde fa visita al convento di notte, esponendosi a non pochi rischi, e supera gradualmente la paura e la diffidenza delle monache, arrivando a stabilire con una di loro, Suor Maria, uno scambio profondo.
Anne Fontaine, che da sempre racconta storie di donne, supera questa volta la dimensione individuale per approcciare quella collettiva, non solo perché s’immerge nella vita di comunità del monastero, con la sua drammaturgia di caratteri differenti, differenti motivazioni, paure e gerarchie, ma perché, sollevando il velo su una prassi di guerra tanto atroce quanto purtroppo comune, parla di ciò che non può essere ignorato da nessuno, nemmeno nel nome del pudore o della presunta protezione (ed è questo concetto ad essere tradotto, nel film, nella vicenda tragica della madre superiora).
Lo stile di regia sembra tener presente un’ampia destinazione del messaggio: la storia forte non si traduce mai in immagini forti, la vita della protagonista fuori dalle mura del convento è romanzata a fini narrativi (con qualche forzatura, va detto) e il film si chiude su una nota forse eccessivamente ottimista. Ma è una scelta di tono dalle motivazioni autoedividenti, e forse l’unica possibile per un film di questo tipo, che è anche e soprattutto un racconto di resistenza e di superamento (o elaborazione) del male.
Fontaine impiega nel migliore dei modi gli strumenti a disposizione, a partire dalle interpreti – Lou de Laage, ma soprattutto Agata Buzek (Maria) e Agata Kulesza (la madre superiora) -, e poi la luce, e il dialogo: tutto è mantenuto con saldezza entro limiti ben posizionati ed efficaci, sebbene più dal punto di vista narrativo che da quello prettamente filmico.
Ispirato al diario del medico francese di stanza in Polonia Madeleine Pauliac, Agnus Dei (titolo italiano che riprende nel significato l’originale Les Innocentes) trasforma la scrittura scarna e cronachistica degli appunti privati in un racconto vivo e pulsante, che trae una sorta di universalità e anche di contemporaneità dal fatto di essere ambientato in un mondo, quello del convento, dove il tempo ha un altro passo, più lento, quasi immobile. È dunque la Polonia del 1945, ma potrebbe essere la Bosnia del 1993 o l’Africa di oggi. Divise tra l’essere donne per natura e spose di Cristo per scelta, grazie alla mediazione della discreta Mathilde, le suore del convento trovano, col tempo, nella maternità, un’identità e una vocazione che può placare il dissidio. Parallelamente, nella collaborazione tra la religiosa Maria e l’atea Mathilde che porta alla soluzione finale, si compie una delle linee più riuscite del film, quella che va oltre lo scandalo e la denuncia e parla il linguaggio della relazione.


The lesson – Scuola di vita

In programmazione: 02/03/2017

Descrizione

Nadyezdhna insegna inglese in una scuola della provincia bulgara, ma più delle regole grammaticali le preme insegnare quelle della convivenza onesta e non lasciare impunito il caso di un furtarello avvenuto tra i banchi della sua classe. Mentre s’ingegna per offrire più di una chance al colpevole di redimersi, scopre che il marito non ha pagato il debito contratto con la banca e che le rimangono soltanto tre giorni di tempo per evitare che la casa, dove vive con l’uomo e con la figlia, finisca all’asta. Inizia per Nade una via crucis in cui i problemi si sommano agli abusi di potere, alla sfortuna e alle scelte sbagliate, in un crescendo che non pare avere fine.
Ed è proprio questa lezione, che la protagonista vorrebbe dare al piccolo ladro e che il destino recapita invece a lei stessa, nel più beffardo e inevitabile dei modi, che copre il tempo del film e tiene in sospeso fino a pochi minuti dal termine, in attesa della glossa morale che dovrebbe mettere fine alla parabola di Nade, riattribuire magicamente il giusto ai giusti e la pena ai disonesti, ma così non è, perché la vita è più ironica e complessa di una storiella morale e il cinema, questo in special modo, assomiglia più che mai alla vita vera.
Esordio di Kristina Grozeva e Petar Valchanov, The Lesson trova ispirazione in un fatto di cronaca, e racconta, con la logica del pedinamento, la trasformazione di una donna. L’esito sa di grande sconfitta così come di piccola rivoluzione, ma è evidente che agli autori non interessa dare un giudizio di merito, quanto piuttosto segnalare le trappole istituzionali e le angherie umane di cui è disseminato il percorso, e la loro migliore qualità sta indubbiamente nella scrittura: nella capacità di sistemare i sassolini narrativi nei punti giusti, con implacabile continuità, e nella sintesi con cui chiudono in un’immagine, anziché affidarsi al dialogo, la condizione di prigionia e al tempo stesso di estrema determinazione della protagonista (che sia l’immagine, più banale, dell’insetto incastrato tra la finestra e la tenda, o quella più eloquente della valutazione dei compiti).
L’interpretazione di Margita Gosheva, che lascia trasudare appena la violenza della disperazione, restando invece aggrappata con le unghie alla rigidità esteriore del suo personaggio, così come la scelta di regia di inquadrarla spesso a confronto con il ritratto della madre e di un passato idealizzato, chiudono il cerchio, contribuendo ad arricchire di colori un film essenziale, amaramente impietoso, mai superficiale.


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